CASA NEGATA, UNA STORIA DI PAURA DEL “DIVERSO”

Ibou ha 42 anni, Ebrima e Mohamed soltanto 20. Tutti e tre perfettamente integrati ma forse non per tutti. Hanno un lavoro, uno stipendio regolare e la voglia di costruirsi un futuro. Ogni mattina si alzano presto, rispettano gli impegni e contribuiscono alla vita economica della città. Eppure, a Salerno, per tre giovani lavoratori africani trovare una casa in affitto si sta trasformando in una sfida quotidiana. A raccontare la loro vicenda è la Caritas di Salerno, che attraverso un post denuncia le difficoltà incontrate nella ricerca di un appartamento. La situazione, secondo quanto riferito, si ripete da settimane. Gli annunci immobiliari sembrano promettenti, le garanzie economiche ci sono: tre buste paga, contratti di lavoro e persino la disponibilità della stessa Caritas a offrire una garanzia istituzionale sui pagamenti. Ma quando i proprietari vengono a sapere che gli aspiranti inquilini sono tre ragazzi africani, la trattativa si interrompe. Arrivano le giustificazioni, le rinunce improvvise, le spiegazioni che cambiano da una telefonata all’altra. Fino, in alcuni casi, alla chiusura senza ulteriori chiarimenti. Per la Caritas, dietro questi episodi si nasconde il peso del pregiudizio. Una discriminazione che rischia di vanificare proprio quel percorso di autonomia e integrazione che viene chiesto a chi arriva in Italia: trovare un lavoro, rispettare le regole, mantenersi con le proprie risorse. E il problema non riguarda soltanto la disponibilità di un tetto. Una casa significa stabilità, indipendenza, la possibilità di costruire relazioni e progettare il futuro. Significa, soprattutto, sentirsi parte della comunità in cui si vive e si lavora. Il messaggio della Caritas è chiaro: non si chiedono agevolazioni, né regali. Si cerca un proprietario disposto ad affittare regolarmente un appartamento a tre persone che lavorano e possono dimostrare di avere le risorse necessarie per pagare il canone. Da qui l’appello rivolto alla città e a chi dispone di un immobile da affittare: valutare le persone per le loro garanzie concrete, non per la loro provenienza. Perché l’integrazione non si misura soltanto nella possibilità di trovare un impiego. Si misura anche nella possibilità di tornare a casa, chiudere la porta alle proprie spalle e sentirsi, finalmente, al proprio posto. A Salerno, per questi tre ragazzi, quella chiave è ancora da trovare.

Autore dell'articolo: Brigida Vicinanza