La ricerca scientifica continua a registrare anche in Italia progressi rilevanti sul fronte delle malattie genetiche rare.
All’inizio del 2026, per esempio, il team del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell’Università di Padova ha pubblicato su Molecular Therapy risultati preclinici promettenti per la Gangliosidosi GM1 e la Mucopolisaccaridosi di tipo IV-Bl, due patologie attualmente prive di cura: un segnale concreto di come la scienza stia avanzando in un ambito ancora largamente inesplorato. Questi risultati sono stati resi possibili anche grazie al sostegno di Fondazione Telethon, che finanzia il progetto coordinato dalla ricercatrice Valentina Poletti e che da anni rappresenta uno dei principali motori del progresso scientifico in questo campo.
Un sostegno a cui chiunque può contribuire in modo diretto, anche a costo zero, per esempio scegliendo di devolvere il 5×1000 a Fondazione Telethon: è sufficiente apporre la propria firma nell’apposita sezione della dichiarazione dei redditi e indicare il codice fiscale dell’ente, senza che questo comporti alcuna spesa aggiuntiva per il contribuente.
Si tratta di un impegno determinante, dato che queste patologie costituiscono circa il 72% dell’intero panorama delle malattie rare e rappresentano alcune delle condizioni più complesse e urgenti della medicina contemporanea.
Alla loro origine si trovano errori nella sequenza del DNA – la sostituzione di una singola base nucleotidica, la perdita di un frammento genico, un riarrangiamento cromosomico – che alterano o impediscono la produzione delle proteine necessarie al corretto funzionamento cellulare, con conseguenze che si ripercuotono spesso su più organi e sistemi contemporaneamente, determinando quadri clinici difficili da diagnosticare e ancora più difficili da trattare.
Il peso di una diagnosi mancata o che tarda ad arrivare
Sostenere la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare è fondamentale per continuare ad aprire nuove prospettive terapeutiche e per cambiare uno scenario quotidiano che per i pazienti e le loro famiglie è spesso durissimo da affrontare.
Per la maggior parte di queste patologie, infatti, non esiste ancora una diagnosi tempestiva né una terapia risolutiva: i sintomi iniziali sono spesso comuni a molte altre condizioni, il che espone i pazienti a percorsi diagnostici estenuanti che possono durare anni, con tutto il peso clinico, psicologico ed economico che ne consegue.
In assenza di una risposta certa, le famiglie si trovano a navigare un sistema sanitario non sempre attrezzato per intercettare patologie così rare, accumulando visite ed esami specialistici senza riuscire a costruire un quadro clinico coerente. Quando la diagnosi arriva, spesso lo fa troppo tardi, in una fase in cui il danno biologico è già avanzato e le opzioni terapeutiche disponibili si riducono alla gestione dei sintomi.
Ampliare le conoscenze sui meccanismi molecolari alla base di queste patologie e sviluppare terapie capaci di intervenire sulla loro causa significa, in concreto, restituire ai pazienti tempo, autonomia e qualità della vita. È in questa direzione che negli ultimi anni la ricerca biomedica ha concentrato i propri sforzi più ambiziosi, dando vita a un insieme di approcci terapeutici – le cosiddette terapie avanzate – capaci per la prima volta di agire non sui sintomi, ma sulla radice molecolare della malattia.
Lo stato delle terapie avanzate
Le terapie avanzate disponibili oggi per le malattie genetiche rare sono essenzialmente di tre tipi: la terapia genica, l’editing genetico e la terapia cellulare.
La terapia genica si basa sull’introduzione nelle cellule del paziente di una copia funzionante del gene difettoso, utilizzando come vettori di consegna virus opportunamente modificati per essere privi di potenziale patogeno. Una volta raggiunto il nucleo cellulare, il gene terapeutico inizia a produrre la proteina mancante o non funzionale, ripristinando i processi biologici compromessi dalla malattia.
I risultati più consolidati in questo ambito riguardano alcune gravi immunodeficienze genetiche,
come la leucodistrofia metacromatica e la sindrome di Wiskott-Aldrich, per le quali sono oggi disponibili terapie geniche approvate sia in Europa che negli Stati Uniti,e l’ADA-SCID una patologia che appartiene al gruppo delle immunodeficienze severe combinate
per cui la terapia genica ha ottenuto l’autorizzazione regolatoria europea nel 2016.
L’editing genetico, invece, non introduce materiale genetico esterno ma interviene direttamente sulla sequenza mutata per correggerla nel suo contesto originario. Questo approccio consente, quindi, di operare modifiche chirurgiche su specifici tratti del genoma, aprendo prospettive concrete per patologie causate da mutazioni puntiformi ben identificate.
Per quanto riguarda la terapia cellulare, infine, l’approccio prevede il prelievo di cellule staminali dal paziente, la loro correzione genetica in laboratorio mediante vettori virali e la successiva reinfusione nell’organismo, con l’obiettivo di ripopolare i tessuti danneggiati con cellule geneticamente sane. Questo approccio ha già dimostrato risultati significativi in patologie del sistema ematopoietico e la ricerca ne sta esplorando le applicazioni anche per malattie che coinvolgono il sistema nervoso centrale e il muscolo scheletrico.
L’impatto dell’intelligenza artificiale
Accanto alle terapie avanzate, uno degli strumenti che sta cambiando più rapidamente il panorama della ricerca sulle malattie genetiche rare è l’intelligenza artificiale. La sua capacità di analizzare e confrontare enormi quantità di dati genetici, clinici e molecolari in tempi ridotti la rende oggi un alleato trasversale, con ricadute concrete su diagnosi, prognosi e sviluppo terapeutico.
Uno dei contributi più significativi riguarda la riduzione dei tempi del percorso diagnostico. Attualmente, sistemi avanzati di analisi delle immagini cliniche sono già in grado di rilevare caratteristiche fisiche associate a sindromi genetiche rare con una velocità e un’accuratezza difficilmente raggiungibili per via tradizionale. Altrettanto rilevante è l’applicazione dell’IA nell’identificazione delle cause genetiche di malattie ancora senza diagnosi: analizzando e confrontando enormi quantità di dati genetici e clinici, gli algoritmi riescono a individuare correlazioni che sfuggirebbero all’analisi umana, orientando i ricercatori verso la variante responsabile in un patrimonio genomico che ne conta migliaia.
L’intelligenza artificiale contribuisce anche alla previsione dell’evoluzione clinica delle patologie. Combinando dati genetici, clinici e di imaging, i moderni algoritmi sono in grado di stimare la progressione della malattia nel singolo paziente, consentendo di personalizzare gli interventi terapeutici e riabilitativi con un livello di precisione prima inaccessibile.
Sul fronte dello sviluppo farmacologico, i sistemi di intelligenza artificiale simulano l’interazione tra composti chimici e proteine bersaglio, accelerando le fasi di screening e ottimizzazione molecolare. Un’applicazione particolarmente promettente riguarda la progettazione di enzimi sostitutivi più efficienti per le malattie da accumulo lisosomiale, nonché il riposizionamento di farmaci già approvati per nuove indicazioni terapeutiche, riducendo tempi e costi dello sviluppo preclinico.
Dove si gioca davvero il futuro delle malattie genetiche rare
Oggi, in un numero progressivamente crescente di casi, si riesce a identificare con precisione la causa genetica di una malattia, ma non esiste ancora una terapia capace di correggerla. L’obiettivo della ricerca è colmare proprio questo divario: non fermarsi alla diagnosi, ma arrivare a trattamenti che intervengano direttamente sul difetto biologico.
Le nuove tecnologie stanno rendendo questo passaggio sempre più concreto, ma resta una distanza significativa tra i risultati ottenuti in laboratorio e la loro applicazione nella pratica clinica. Ridurre questa distanza richiede continuità negli investimenti, collaborazione tra centri di ricerca e accesso stabile alle risorse. È su questo terreno che si costruisce la possibilità di trasformare conoscenze scientifiche in cure reali per i pazienti.

