A vederlo cosi anche dopo un sommario intervento di pulizia sembra davvero difficile da credere eppure questo scheletro industriale ha un valore storico-industriale. Per la Soprintendenza di Salerno che ha fermato le ruspe con le quali un il sindaco di Salerno Vincenzo De luca voleva procedere alle demolizione non è neanche scontato che la demolizione integrale dell’ex conservificio Doro a Fuorni rappresenti un miglioramento per il paesaggio. Sono questi, infatti, due principali rilievi che hanno spinto la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino a fermare l’iter autorizzativo per l’abbattimento del complesso produttivo , avviata dal sindaco di Salerno Vincenzo De Luca un mese fa, chiedendo una corposa integrazione documentale e diffidando la proprietà ( si tratta di un imprenditore privato) dall’avviare qualsiasi intervento prima della conclusione del procedimento. Secondo la Soprintendenza, la pratica presenta gravi carenze sotto il profilo storico, paesaggistico e progettuale. Viene contestata anzitutto la scelta di ricorrere alla procedura paesaggistica semplificata per un intervento che prevede la demolizione totale di un vasto insediamento industriale composto da più corpi di fabbrica e ubicato in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico. Ma l’aspetto che sorprende più di tutto è che l”ufficio ministeriale richiama inoltre la possibile rilevanza storica del sito, ricostruendone le origini nello stabilimento SACAF, inaugurato nel 1962 e successivamente acquisito dalla Doro Italiana. Una vicenda industriale che, secondo la Soprintendenza, merita approfondimenti per verificare la presenza di testimonianze, strutture o elementi identitari ancora conservati. Tra i rilievi più significativi emerge anche la contestazione della tesi secondo cui la demolizione costituirebbe di per sé un miglioramento paesaggistico. Per la Soprintendenza occorre dimostrare quale sarà il futuro assetto dell’area, come verrà gestita la fase successiva all’abbattimento e quali effetti produrrà la scomparsa del complesso sul contesto circostante. L’ente chiede inoltre una documentazione dettagliata che dimostri l’effettiva necessità della demolizione integrale. Il semplice richiamo al degrado degli edifici, alla vulnerabilità sismica e al rischio di crollo non viene considerato sufficiente: dovrà essere provato, fabbricato per fabbricato, perché non siano praticabili soluzioni alternative come il consolidamento, la messa in sicurezza o la demolizione selettiva. Eppure c’è un aspetto che inevitabilmente alimenta il dibattito. Per anni quell’enorme complesso industriale abbandonato è stato percepito dai residenti come una delle immagini più evidenti del degrado della zona orientale di Salerno. Uno scheletro industriale inutilizzato, al centro di segnalazioni e polemiche, che molti cittadini attendevano da tempo di vedere finalmente rimosso. Fa quindi riflettere, e in qualche modo strappa anche un sorriso amaro, che il presunto valore storico-industriale emerga con forza soltanto nel momento in cui si chiede di demolirlo. Come se un edificio ignorato per decenni diventasse improvvisamente un bene da studiare e preservare proprio quando le ruspe sono pronte a entrare in azione.

