Ecco la nota con la quale, l’advisor strategico delle Fonderie Pisano, Dino Giordano che siede con la proprietà al tavolo di crisi spiega le ragioni e le richieste che tra dieci giorni arriveranno al Ministro Urso.
“C’è una domanda che questa vicenda impone al territorio, alle istituzioni regionali e a chi lo rappresenta, e che merita una risposta chiara: la Campania è ancora interessata ad ospitare imprese industriali nel settore della metallurgia pesante? Non è una domanda retorica. È la domanda concreta che ogni imprenditore si pone quando, dopo mesi di lavoro, di investimenti e di confronti istituzionali, si trova a cercare cinquantamila metri quadrati di
area industriale in una regione disseminata di siti dismessi — e non riesce a trovarli. Meglio: non riesce a trovarli perché nessuno glieli indica. Atteniamoci ai fatti. Il Consiglio di Stato, nella pronuncia del 18 maggio, ha sì confermato in sede cautelare la chiusura dello stabilimento di Fratte. Ma ha anche riconosciuto alla Società la possibilità di sottoporre a riesame il provvedimento impugnato, presentando opportuni adeguamenti tecnici e progettuali. Ha sospeso l’obbligo di dismissione definitiva degli impianti, riconoscendo che la sua esecuzione renderebbe irreversibile una situazione che invece — sul piano del merito — non è ancora definitivamente decisa. Il TAR di Salerno si pronuncerà nel merito entro l’ autunno. Chi racconta questa sentenza come una chiusura definitiva racconta solo metà della storia. Nella stessa giornata, al tavolo del MIMIT, il ministro Adolfo Urso ha espresso con nettezza la posizione del Governo: Non possiamo perdere una realtà produttiva come questa. È necessario accelerare ogni passaggio utile per garantire un futuro produttivo all’ azienda, tutelando i lavoratori e l’intero indotto. Parole che ringraziamo e che pesano. Il Ministero ha già attivato una interlocuzione diretta tra Invitalia e il Gruppo Pisano per valutare la realizzazione di un nuovo impianto industriale moderno e green, tale da rientrare negli strumenti del Contratto di Sviluppo Ambiente — uno degli strumenti più avanzati e dotati di cui dispone il sistema-Paese per accompagnare investimenti industriali sostenibili. Non è un’ intenzione: è un percorso già avviato.
Il Gruppo Pisano non è un soggetto marginale. Rappresenta il 2% della produzione nazionale di ghisa sferoidale: una quota significativa di una filiera strategica per l’ industria manifatturiera italiana, dall’ automotive alle infrastrutture. Esiste una volontà imprenditoriale chiara, seria e documentata. Esiste il sostegno del Governo. Esiste un progetto industriale concreto. Manca un’ area di circa 50.000 mq, in un territorio — quello campano — che di
aree dismesse ne ha a decine. Appare paradossale, oltre che difficile da spiegare, chela Regione non riesca a indicare un sito idoneo in provincia di Salerno. Dietro questa vertenza ci sono circa 140 famiglie di lavoratori diretti e un indotto che moltiplica significativamente questo numero: persone reali, con mutui, figli, responsabilità
quotidiane. Da una parte c’è un’impresa pronta — oggi, non domani — a garantire loro occupazione stabile in un impianto moderno e sostenibile. Dall’altra c’è chi propone gli ammortizzatori sociali: uno strumento che, per quanto dignitoso nella transizione, non dà futuro a nessuno e scarica sulla collettività il costo di una scelta che le istituzioni locali hanno il potere di evitare. Il lavoro non si difende con la cassa integrazione: si difende favorendo
l’impresa, accompagnando l’investimento, rimuovendo gli ostacoli burocratici e localizzativi.
Si difende quando le istituzioni siedono al tavolo chiedendo come possiamo aiutare —non quando trattano l’imprenditore come un problema da allontanare. Il Gruppo Pisano non chiede assistenza: chiede un interlocutore istituzionale all’altezza della sfida. Siamo qui. Abbiamo un progetto, abbiamo il sostegno del Governo, abbiamo la
determinazione. Quello che chiediamo alla Regione Campania, al Comune di Salerno e a tutte le rappresentanze territoriali è una risposta semplice e urgente alla domanda che abbiamo posto: volete questa industria o no? Se la risposta è sì, sedersi a un tavolo e trovare un’ area non è un problema insormontabile. Se la risposta è no, almeno lo si dica chiaramente — e la storia giudicherà.

