È attesa per domani, nel carcere di Salerno, l’udienza di convalida del fermo di Ridha Rahmouni, il 26enne tunisino che ha confessato di aver ucciso e bruciato il giornalista salernitano Luigi ‘Luca’ Esposito, lo scorso 19 luglio in un terreno agricolo in località Cioffi a Eboli.
Secondo quanto emerso, quello tra i due sarebbe stato un incontro programmato e non percepito come potenzialmente pericoloso dalla vittima.
I due si conoscevano, e lo attestano le celle telefoniche che si sono agganciate nello stesso luogo la sera del delitto e anche i contatti telefonici dei giorni precedenti. Il volto dell’autore del delitto è stato catturato dalle poche telecamere presenti in zona: quella notte ha anche vagato con la bicicletta e una torcia, forse alla ricerca del luogo esatto dell’incontro.
Quella sera, nel corso di un colloquio con un collega, Esposito era apparso tranquillo. Non sembrava impaurito o pensieroso. Quindi all’appuntamento con l’assassino sarebbe andato senza costrizione, Complessa si è rivelata l’individuazione dell’autore del reato, nascosto in un casolare difficile da raggiungere, seppur non molto lontano dal luogo del delitto. Diversi gli elementi che avrebbero ‘incastrato’ il tunisino, irregolare sul territorio nazionale e destinatario di un obbligo di rimpatrio: un’impronta sul portabagagli dell’auto di Esposito e poi alcuni oggetti trovati in suo possesso nel casolare, di proprietà del 53enne: un telefono cellulare, un anello presumibilmente in oro bianco e una carta prepagata.
I contatti tra le due utenze risultano iniziati il 28 giugno scorso e si intensificano in modo particolarmente significativo nella serata del 18 luglio e nelle prime ore del 19 luglio, ossia nel segmento temporale immediatamente antecedente e concomitante alla consumazione del delitto.
Anche chi era amico o collaboratore stretto, e gli stessi familiari, non conoscevano le frequentazioni della vittima.
Esposito viene descritto come una persona molto riservata nei rapporti privati. Nessuno, per esempio, ha mai conosciuto direttamente la donna di nome “Simona” che talvolta evocava come moglie o compagna. Cosa abbia fatto scattare la furia omicida dell’uomo, noto anche con l’alias Amed Jamal, rappresenta un elemento del movente che viene tenuto riservato dagli inquirenti. Di sicuro Esposito è stato vittima di una violenza brutale, picchiato ferocemente e poi dato alle fiamme mentre era ancora in vita.

